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Se fossimo ancora capaci di guardare a distanza ci accorgeremmo che “all our grievances are connected”, tutti i nostri motivi di scontento sono connessi: la “generazione perduta” non è solo italiana, è un’intera generazione globale.
Claudia Vago sulla Generazione perduta

Il giornalismo, è del tutto evidente non può essere fatto a colpi di ‘si dice’ o di gossip senza verifiche, ma l’informazione dovrebbe servire proprio a verificare questi ‘si dice’, soprattutto in tempi, come gli attuali, in cui non è troppo difficile confezionare bufale dall’alto tasso di viralità e in cui dunque c’è più bisogno di giornalismo, non meno.

La mancanza di fiducia però non dipende solamente dalla relativa poca qualità dell’informazione (a mio avviso insufficiente) su queste storie nello specifico, ma piuttosto da problemi di tipo sistemico: gli intrecci tra media e politica, tra media ed affari, tra editori non puri e interessi privati, mi portano a pensare che la mancanza di informazione (su certi argomenti e in certi contesti) sia un fatto sistematico e non episodico.

Per il momento la scelta è questa: preferisco leggere gratis le notizie online che comprarmi i quotidiani di carta, sarei ben disposto a spendere per un’informazione di qualità, attendibile, trasparente con modelli editoriali nuovi e sono anche consapevole che la qualità costa.

Sono consapevole dei rischi che corro, so che forse sarò informato meno del passato, sono pronto a ricredermi e a ricominciare da domani. Datemi però delle buone ragioni per farlo.

La verità è che le storie ispirano le persone.
E come ci prendiamo l’onore di quando lo fanno nel bene, dobbiamo prenderci pure il peso di quando lo fanno nel male.

E no, non sto dicendo che dobbiamo smetterla di creare personaggi negativi affascinanti.
Dico che dobbiamo acquisire la consapevolezza di cosa significa farlo, la capacità di farlo nella maniera migliore, e la maturità di accettarne il peso, senza stare a dire “non siamo stati noi!”

Roberto Recchioni, Non siamo stati noi!
Se le informazioni in qualche maniera diventano disponibili anche chi le tratta per professione prima o poi si adegua a queste nuove velocità.
[…]
In questo contesto di grande rivoluzione si affrontano poi nuovi e vecchi modi di concepire l’informazione. Esiste un giornalismo dei cittadini che per lo meno in contesti simili assume grande importanza (buona parte delle foto e delle testimonianze pubblicate in queste ore del terremoto emiliano arrivano da cittadini che le hanno pubblicate su Twitter), esistono anche le arroganze residue di una classe giornalistica abituata a vecchi contesti. Ma soprattutto sembrerebbe urgente codificare una serie di nuove regole che riguardino tutta l’informazione professionale in rete che si ritrova ogni giorno di fronte a problemi nuovi
Capisco sempre meno le polemiche sul ritardo dell’informazione mainstream in caso di notizie importanti e impreviste. Prendiamone atto e facciamocene una ragione: in piena notte, in orari periferici, in situazioni confuse, i giornalisti arriveranno sempre più tardi. Ed è molto meglio così. Preferisco un’informazione che si prenda il tempo di verificare i dettagli e che quando si esprime diffonde certezze, rispetto a dirette fiume improvvisate, che prendono notizie a casaccio da agenzie e flussi di rete, mancano alla loro missione essenziale basata sull’accuratezza e sulla sintesi. I social network ci hanno abituato a una velocità che prima semplicemente non esisteva.
[…]
La notizia non è soltanto copia-incolla, è un processo di validazione e costruzione complessa di senso che prescinde dalla sigola unità di informazione. Ieri si intervistavano le persone con un microfono, oggi esistono molti altri modi per mettere a sistema i loro punti di vista, in modo più veloce ed efficace.

Il più grosso contributo di Facebook è stato infatti quello di consegnare al mondo digitale le identità analogiche delle persone. Prima di Facebook esistevano di fatto solo nick ed avatar: per l’immaginario collettivo di quella parte di mondo che non era connessa o era poco connessa, Internet era un luogo di pirati di software e di meandri oscuri.

Facebook ha portato alla luce del “mondo reale” le foto delle vacanze con la famiglia, da mostrare a tutti i parenti anche senza la sessione di diapositive da proiettare a casa. Prima di Facebook il tipico problema relazionale era: “chissà chi si trova dall’altra parte dello schermo”. Con Facebook il problema è diventato: “ricordarsi di non scrivere in bacheca che mi son messo in malattia ed invece sono al mare“, se tra i miei amici c’ è il mio capo.
Il prezzo pagato per questo cambio di paradigma? Su Facebook il prodotto sono gli utenti: il prodotto siamo noi.

Sui giornalisti in Rete: […] La gente di rete vi prendeva in giro per questi sfondoni. Ma per voi la rete allora non esisteva. […] Dall’esplosione dei social network in poi, invece, molti di voi hanno scambiato gli utenti per cittadini. O meglio avete chiamato popolo la parte più pronta a scatenare i pogrom digitali che tanto vi piacciono.
i giornalisti guardano solo twitter, si informano su twitter, discutono su twitter. E poi, sbuffando, tornano a scrivere quei fastidiosi articoli sui giornali del giorno dopo, pubblicati da chi gli passa la paga.
via digitaldissidence:
Threatened Voices Tracking suppression of online free speech 

A collaborative mapping project to build a database of bloggers who have been threatened, arrested or killed for speaking out online and to draw attention to the campaigns to free them. 

A project by Global Voices. 

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Threatened Voices 
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